LO STUDIO DELLA GEOGRAFIA PER CAPIRE IL PRESENTE

Se volete capire il presente studiate la geografia

Trascurata a scuola. Insediata dal web. Eppure sempre più importante. Per arginare i nazionalismi e compredere l’oggi

di Franco Farinelli   01 febbraio  2018           
Se volete capire il presente studiate la geografia

L’allusione risorgimentale del presidente Gentiloni nel corso della conferenza stampa di fine anno è passata inosservata, ma solo perché scontata. Nel rivendicare i risultati del proprio governo il premier è tornato a polemizzare, da conte a conte, con quel Metternich che a metà dell’Ottocento definì l’Italia un’“espressione geografica”.

Metternich si riferiva alla frammentazione politica della penisola, ancora suddivisa in una manciata di Stati sovrani l’un dall’altro indipendenti, accomunati allora soltanto dalla lingua e dalla religione. E ancora peggio stavano quei Paesi dove nemmeno tale forma di comunanza esisteva.

A fine Ottocento Henry Baden-Powell spiegherà che l’India non esisteva proprio, perché nessun paese al mondo si chiamava davvero così: «All’interno dei confini dell’area marcata con tal nome sulle carte vi è una serie di province abitate da differenti razze, che spesso parlano differenti linguaggi». Da geografo, sospetto che l’interpretazione liberale dell’enunciato di Metternich abbia giocato un ruolo non secondario nell’antipatia che la geografia ancora adesso suscita da noi, almeno a giudicare dall’organizzazione del nostro sistema scolastico. In ogni caso era perfettamente chiaro ai funzionari dell’impero britannico, come prima ancora al Metternich stesso, che la moderna gestione della realtà passa attraverso la sua riduzione in termini geografici, intesi prima di tutto come cartografici. Nel caso della penisola italiana tale riduzione risultava, prima della sua unificazione politica, ancora incompleta ed insufficiente, e l’attività di Metternich era volta proprio a preservare tale insufficienza. E ai giorni nostri il principale problema dell’Italia (come di tutto il paio di centinaia di Stati che si spartiscono il pianeta) consiste, all’opposto, nel fatto che il suo funzionamento non obbedisce più soltanto alla logica cartografica, perché il suo territorio non è più riducibile all’immagine che da questa deriva. Il che tra l’altro complica un poco l’idea che della geografia ha il nostro primo ministro, e non soltanto lui.

E’ la materia più bistrattata dall’insegnamento. Grazie alle ultime riforme sta lentamente scomparendo

Il numero di informazioni sul funzionamento del mondo conservate tra la seconda metà del Quattrocento e la prima del Seicento nei palazzi di Roma, Venezia, Firenze, Genova era verosimilmente superiore a quello di ogni altro Paese. E tutti questi dati erano organizzati intorno all’invenzione fiorentina senza la quale l’intera modernità sarebbe stata impensabile: lo spazio, il modello immateriale in grado di colonizzare nel corso dei secoli il mondo intero sulla base della semplice idea che la relazione decisiva tra gli elementi di cui la superficie della Terra si compone sia la loro distanza metrica dunque il tempo di percorrenza, la velocità con cui è possibile spostarsi da un punto all’altro. Tutti gli imperi (anche quello romano) avevano conosciuto tale principio, che però serviva soltanto per fare la guerra o per fare circolare il più rapidamente le notizie al loro interno.

Di marca fiorentina è invece l’origine della sua generalizzazione e assolutizzazione, della sua applicazione a tutti gli ambiti della riproduzione della vita sociale, attraverso la diffusione dello sguardo prospettico, cioè di una nuova maniera di vedere il mondo, rappresentarlo e costruirlo fondata esclusivamente su tre proprietà: la continuità, l’omogeneità e l’isotropismo, vale a dire il comune orientamento di tutte le parti di cui qualcosa si compone.

Sono le tre proprietà che nella geometria classica specificano la natura geometrica di un’estensione, e che in virtù della messa a punto della prospettiva fiorentina moderna (quella che Panofsky chiamava “artificiale”) producono lo Stato moderno.

Definiscono, creano  contesti comuni, specificano la nostra identità.  Perché non possiamo fare  a meno delle bussole

A metà del Seicento Thomas Hobbes spiega, nel suo “Leviatano”, che Dio ha rivelato all’umanità soltanto una scienza, la geometria. Ora, se si disegna un triangolo e si contrassegnano i vertici con tre lettere, il triangolo resta tale, e la geometria resta geometria. Ma se si nominano i vertici con i nomi di altrettante città, poniamo, il triangolo diventa una mappa, e la geometria diventa geografia. E infatti il territorio degli Stati moderni dev’essere anch’esso continuo, omogeneo e isotropico, pena l’inesistenza dello Stato stesso. Continuo vuol dire formato da un’unica estensione, non più disperso in tanti frammenti l’uno lontano dall’altro come prima accadeva.

L’omogeneità si riferisce alla nazione, ed implica il fatto che tutti gli abitanti condividano la stessa capacità di manipolazione simbolica, a partire dalla lingua e dalla religione. L’isotropismo è la qualità che spiega l’esistenza di una sola capitale, di norma al centro: il punto verso il quale tutte le parti dello Stato sono, almeno in teoria, funzionalmente orientate. Per capire il modello dello Stato moderno, la cui distesa è concepita come composta di parti l’un l’altra perfettamente equivalenti cioè interscambiabili, bisogna insomma rovesciare quel che a scuola ci hanno fatto credere, ed ammettere che non è vero che la mappa è la copia di quel che esiste, ma all’opposto è quel che assumiamo come reale ad essere la copia della mappa. Altrimenti non avremmo mai potuto dirci moderni.

Si carica di storia, accoglie miti. Rende Putin lo zar che salva l’impero russo, Erdogan il sultano della Turchia. Eppure fino a qualche anno fa era un vero tabù

La modernità finisce nell’estate del 1969 quando nasce la Rete e con essa la globalizzazione, cioè un mondo il cui funzionamento inizia progressivamente a staccarsi dai modelli di tempo e di spazio della fisica classica, quelli che Kant riteneva innati negli esseri umani. L’impennata della crisi dello Stato moderno territoriale centralizzato, come lo chiamava Carl Schmitt, è l’evidente riflesso di tale distacco. La cui nuova forma sembra ubbidire in modo prevalente alla polarizzazione tra l’emergere di quelli che l’ultimo Ulrich Beck ha chiamato gli “spazi d’azione cosmopolitizzati” (inclusivi, grazie al ricorso agli strumenti elettronici, anche di quel che i singoli campi delle pratiche nazionali escludono) e il prepotente ritorno dei luoghi, cioè di quei posti che sono l’esatto contrario dello spazio metrico, e coincidono di fatto con piccolissime porzioni della superficie statale cui viene riconosciuta una particolare, esclusiva qualità. Anche quella di costituire, al limite, l’ambito dell’eccezione rispetto alla regola statale stessa, come nel caso ad esempio dei porti e delle zone franche, uno degli argomenti delle discussioni che hanno fatto da contorno all’approvazione dell’ultima finanziaria.

Ambiti cosmopolitizzati, spazi cioè estensioni metriche, luoghi: è dall’intreccio di questi tre distinti livelli (ontologici e al tempo stesso funzionali) che il territorio di ogni Stato dipende, e ogni strategia statale volta all’interesse nazionale deve oggi misurarsi rispetto a tale triplice articolazione. Nessuna mappa o insieme di mappe è in grado di anticiparne o restituirne l’immagine. Il che non significa che la geografia sia finita, anzi. La geografia non è la semplice cartografia ma include la sua critica. Come Metternich avrebbe dovuto benissimo sapere, e come proprio la sua frase contribuisce ancora oggi a far dimenticare.



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