La scuola è l’Istituzione a cui la società e lo Stato affidano il loro futuro

 

Bisogna proteggere la scuola. I “buoni” studenti. I buoni “maestri”. E i “buoni” professori.

Di Ilvo Diamanti

C’è polemica intorno all’atto di intimidazione avvenuto a Lucca, ai danni di un professore. Intanto, gli studenti coinvolti nella vicenda sono stati sanzionati. Alcuni sospesi, gli altri bocciati preventivamente. Ma è evidente che la questione non si chiuderà così. Non solo a Lucca e negli ambienti più coinvolti. Ma in ambito nazionale. Perché la scuola è un tema e prima ancora un contesto sensibile. Riguarda tutti. Infatti, tutte le famiglie hanno figli, nipoti, parenti che frequentano la scuola.

L’istituzione a cui la società e lo Stato affidano il loro futuro.

Così il caso è rimbalzato in tutto il Paese. Veicolato e moltiplicato dai social network. E ciò fa la differenza rispetto al passato. Perché episodi come questi sono sempre avvenuti. Ma rimanevano circoscritti agli ambienti dove erano stati consumati. Veicolati dal passaparola. Oggi, invece, li possiamo vedere e rivedere tutti. E ne proviamo emozione, indignazione. Qualcuno: ammirazione. Di certo, non indifferenza. Lo studente che insulta il professore.

Spalleggiato dai genitori. Gli Studenti che aggrediscono i Professori. Assecondati dai Genitori. La tentazione di generalizzare è forte. Eppure, bisogna resistere alla tentazione di allargare troppo il significato di un episodio specifico. Anche se non va minimizzato. Tuttavia la scuola, in Italia, dispone di grande credito. Nel Rapporto su “Gli italiani e lo Stato”, condotto da Demos (da vent’anni), si conferma l’istituzione pubblica che suscita maggiore fiducia fra i cittadini. “Stimata” positivamente da circa il 53% della popolazione (intervistata). Ma da quasi il 65% degli studenti. In un dossier (Demos-Coop) pubblicato su Repubblica nel 2016, circa i due terzi degli italiani esprimevano, inoltre, un giudizio favorevole sulla preparazione degli insegnanti.

Di ogni livello. Ma soprattutto delle scuole primarie e dell’università. Anche allora, peraltro, il “bullismo” era considerato un problema serio.

Secondo un quarto degli intervistati, riguardava la maggioranza delle scuole. E i due terzi ne collegavano la diffusione ai social network.

C’è da scommettere che, da allora, la percezione del problema sia cresciuta ancora.

Per la stessa ragione. L’effetto moltiplicatore dei social, che offrono immagine e popolarità alle vittime ma, ancor più, agli artefici del bullismo.

Un’altra questione riguarda le famiglie. I genitori. Il loro rapporto con i figli. Con la scuola. Con gli insegnanti.

Indubbiamente, la complicità fra genitori e figli è divenuta sempre più stretta. Sempre più forte. Anche per semplici ragioni demografiche. Oggi l’Italia è un “Paese di figli unici”. Dove la natalità è in calo da molti anni. Perfino gli stranieri si sono adeguati. E assecondano il declino demografico.

Così, il rapporto fra genitori e figli diventa sempre più stretto. Quasi otto italiani su dieci, fra 18 e 38 anni, risiedono con i genitori (dati Istat). Ribadisco: “risiedono”, non “vivono”. Cioè: fanno riferimento alla famiglia, mentre affrontano una biografia sempre più precaria e intermittente. Sempre più nomade.

Circa sette italiani su dieci, infatti, come abbiamo rilevato in altre occasioni (commentando le indagini di Demos-Coop), ritengono che, per fare carriera, i nostri giovani se ne debbano andare.

Fuori dall’Italia. Ed è ciò che avviene, regolarmente, da tempo. Visto che dall’Italia emigrano oltre 100mila italiani, ogni anno. Quasi tutti giovani (appunto). E qualificati. Quasi nove su dieci, laureati. Vanno altrove. Soprattutto in Germania e nel Regno Unito.

Ma anche in Francia, Austria, Svizzera. Dove trovano occasioni di impiego migliori rispetto a qui.

D’altronde, in Italia (secondo Eurostat) l’investimento nel sistema formativo resta limitato. Il nostro Paese, infatti, si colloca all’ultimo posto in Europa per il numero di persone che hanno concluso un percorso di istruzione terziaria (24,9%, mentre la media Ue è del 38,5%). E se, negli ultimi anni, la spesa pubblica in Italia ha continuato a crescere, gli investimenti in ricerca, università e scuola sono, invece, diminuiti. Più in generale, come ha osservato, fra gli altri, Ferdinando Giugliano: «il principale aumento delle disuguaglianze, in Italia, negli ultimi vent’anni, è stato quello fra giovani e anziani». D’altra parte, secondo circa otto italiani su dieci (Demos-Coop, aprile 2017), «i giovani d’oggi avranno pensioni con cui sarà difficile vivere». Una previsione quasi scontata.

Non bisogna dimenticare, inoltre, che il successo negli studi e, dunque, nella professione e nella vita, è strettamente collegato alla posizione sociale della famiglia. Al genere. Le donne e i giovani che appartengono a categorie sociali più basse, dunque, continuano ad essere svantaggiati nella carriera.

Anche per queste ragioni non si colgono più segni di conflitto generazionale. Cinquant’anni dopo, il Sessantotto appare lontano e irripetibile. Perché rappresentava la rivolta dei giovani contro i “padri” e i “maestri”. Contro genitori e professori. Simboli dell’autorità del tempo. Mentre oggi i figli sono pochi. E preferiscono la protesta digitale piuttosto che scendere in piazza. Inoltre, ribellarsi alla famiglia non conviene. Perché è una risorsa necessaria. Così i figli (unici), appena (e se) possono, vanno altrove. Anche per sottrarsi al vincolo dei genitori. Mentre la scuola e gli insegnanti restano riferimenti importanti. Ma sempre più discussi. Dai figli e dai genitori.

Alleati, quando è necessario.

Nel 1980, Luca Ricolfi e Loredana Sciolla, in una ricerca molto nota, avevano definito gli studenti del tempo: «senza padri né maestri».

Ma oggi stanno scomparendo anche i giovani. E gli studenti. Il rischio è che, nel vuoto, trovino spazio i bulli. Per questo bisogna proteggere la scuola. I “buoni” studenti. I buoni “maestri”. E i “buoni” professori.

 



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