Gli obiettivi del nuovo ministro Bussetti e i rischi del regionalismo scolastico

Provenendo dai ranghi dell’amministrazione, il nuovo ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti, ha una conoscenza diretta dei problemi della scuola; nondimeno, il suo compito non sarà affatto semplice. Nonostante la paziente opera di ricucitura di Valeria Fedeli, la Buona scuola di Renzi lascia infatti ferite profonde: la mancata rispondenza delle nuove assunzioni ai bisogni delle scuole; la mobilità degli insegnanti del Sud, dove non ci sono più cattedre perché la popolazione studentesca è in calo da anni; il ruolo dei presidi; il premio economico ai docenti, soluzione inadeguata al problema vero di costruire loro un percorso di carriera; l’alternanza scuola-lavoro. La grana delle diplomate magistrali, insegnanti non laureate, prima inserite nelle graduatorie a scapito di altri e poi espunte da una sentenza definitiva del Consiglio di Stato, è solo un esempio dei bizantinismi del nostro sistema d’istruzione. Su tutte queste criticità incombe poi una tendenza demografica che, come già al Sud, porterà a una forte diminuzione degli studenti dappertutto in Italia.

Che cosa dunque aspettarci dal nuovo titolare di Viale Trastevere? Per capirlo, il contratto fra M5S e Lega non aiuta granché: il testo ripete ossessivamente la necessità di «superare» la Buona scuola, ma senza specificare come. Fra i temi accennati alcuni sono interessanti e condivisibili, come la formazione di tutti i docenti, non solo quelli di sostegno, all’insegnamento dei ragazzi con bisogni educativi speciali; altri irrilevanti, come l’eliminazione delle classi sovraffollate, un fenomeno del tutto marginale in un Paese destinato a perdere un milione di studenti nei prossimi dieci anni. In attesa di capire le intenzioni del ministro, e oltre a dover tamponare le mille falle quotidiane della nostra scuola, due appaiono le aree in cui il nuovo governo può lasciare un segno: l’alternanza scuola-lavoro e il regionalismo scolastico.

La prima, obbligatoria per tutti gli studenti negli ultimi tre anni delle superiori, ha avuto finora un’applicazione a macchia di leopardo, con risultati a volte promettenti, a volte discutibili. Potrebbe però trasformarsi in un piccolo «caso Ilva», con la Lega attenta alle esigenze di un sistema produttivo, che richiede più formazione al lavoro, e il M5S preoccupato che le attività svolte nulla abbiano a che fare con gli apprendimenti: la mediazione sarà difficile.

Dopo una lunga fase di quiete, il tema del trasferimento di competenze nell’istruzione dallo Stato alle Regioni – possibile secondo la Costituzione – si è riacceso con il successo dei due referendum autonomisti in Lombardia e Veneto. Il contratto gialloverde lascia prevedere una limitazione delle assunzioni di docenti fuori regione, viste da alcuni come una causa dell’aumento dei trasferimenti e dell’assenza di continuità didattica. Qualcuno potrebbe volersi spingere ancora più in avanti, fino al passaggio dei docenti alle dipendenze delle Regioni, che già hanno competenze importanti. I rischi di una devoluzione sono però notevoli: il principale è un ulteriore aumento degli impressionanti divari di apprendimento fra il Nord e il Sud, enorme e storico problema della nostra scuola.

Andrea Gavosto
Direttore Fondazione Agnelli

Fonte: La Stampa



Condividi!

Facebook